Cammino di Santiago: bisogna percorrerlo tutto per viverlo davvero?

Quando si parla del Cammino di Santiago, l’immagine più immediata è quella di un lungo viaggio a piedi: zaino sulle spalle, chilometri ogni giorno e settimane di strada prima di arrivare davanti alla cattedrale.

È certamente uno dei modi più profondi di viverlo.

Ma non è l’unico modo possibile per iniziare a capirlo.

Il Cammino di Santiago non è infatti una singola strada da completare tutta o niente. È una rete di percorsi nata da oltre mille anni di pellegrinaggi verso Santiago de Compostela, con itinerari diversi che attraversano territori, città e paesaggi differenti. Le prime peregrinazioni risalgono al IX secolo e, nel corso del Medioevo, Santiago divenne uno dei grandi centri di pellegrinaggio europei.

Questo pone una domanda interessante anche quando si costruisce un viaggio:

è possibile vivere qualcosa del Cammino percorrendone soltanto alcune tappe a piedi?

La risposta, secondo noi, è sì. Ma dipende molto da quali tratti si scelgono e dal ruolo che il camminare ha nell’itinerario.

Fare qualche chilometro non significa automaticamente fare il Cammino

Inserire una passeggiata lungo il Cammino di Santiago è semplice.

Un autobus può lasciare il gruppo in un punto, riprenderlo qualche chilometro più avanti e permettere di dire che una parte del percorso è stata fatta a piedi.

Tecnicamente funziona.

Ma non è necessariamente interessante.

Il valore del Cammino non sta soltanto nel terreno percorso. Sta anche nel suo ritmo: seguire i segnali, incontrare altri pellegrini, attraversare piccoli centri, vedere il paesaggio cambiare lentamente e misurare la distanza in passi invece che in minuti di trasferimento.

Per questo, quando si inseriscono alcune tappe a piedi del Cammino di Santiago dentro un viaggio organizzato, la domanda non dovrebbe essere:

“Quanti chilometri possiamo far camminare il gruppo?”

Ma:

“Quale tratto permette di capire qualcosa che dal finestrino non si capirebbe?”

Il primo criterio non è la bellezza: è la funzione della tappa

Un tratto può attraversare un paesaggio molto bello e tuttavia essere poco adatto all’itinerario.

Bisogna considerare il profilo del percorso, la durata, la difficoltà, i punti di accesso, la possibilità di interrompere il cammino e la capacità fisica delle persone che parteciperanno.

Anche il sito ufficiale del Cammino raccomanda di progettare l’estensione delle tappe considerando sia il profilo del terreno sia le condizioni fisiche dei partecipanti. Come riferimento generale indica per chi cammina una velocità media intorno ai 4–5 chilometri l’ora.

Questo significa che una tappa non dovrebbe essere scelta perché è semplicemente “famosa”.

Deve funzionare dentro quella giornata e per quelle persone.

È la stessa logica che vale per qualsiasi buon itinerario: ciò che è interessante in assoluto non è necessariamente ciò che è giusto inserire.

Camminare cambia la scala del viaggio

C’è poi qualcosa che succede soltanto quando si scende dal mezzo di trasporto.

In autobus venti chilometri sono una distanza relativamente piccola.

A piedi diventano territorio.

Si iniziano a notare le fontane, i muri, i boschi, le case isolate, i segnali con la conchiglia e la freccia gialla. Un paese che in autobus sarebbe soltanto un nome attraversato sulla strada diventa una sosta.

Questo cambio di scala è probabilmente uno dei motivi principali per inserire dei tratti a piedi.

Non serve necessariamente affrontare una giornata da venticinque chilometri.

Serve camminare abbastanza perché il viaggio smetta per un momento di essere una successione di destinazioni e diventi un percorso.

Alcune tappe possono avere più senso di altre

Se il tempo a disposizione è limitato, la selezione diventa quindi fondamentale.

Un buon tratto dovrebbe idealmente avere almeno alcune di queste caratteristiche:

  • essere rappresentativo del paesaggio e dell’identità del Cammino;
  • avere una durata realistica per il gruppo;
  • permettere punti di accesso e recupero ragionevoli;
  • contenere piccoli luoghi, segni o incontri che acquistano senso soprattutto camminando;
  • inserirsi naturalmente nella progressione verso Santiago.

Non è necessario che ogni tratto soddisfi tutto.

Ma è importante che esista una ragione precisa per averlo scelto.

Altrimenti il rischio è trasformare il Cammino in una scenografia: qualche chilometro a piedi soltanto per poter dire di averli fatti.

Vivere il Cammino e ottenere la Compostela sono due cose diverse

Qui serve anche una distinzione pratica importante.

Percorrere alcune tappe permette di conoscere una parte dell’esperienza del Cammino, ma non significa automaticamente avere diritto alla Compostela, il certificato rilasciato a chi completa la peregrinazione secondo determinati requisiti.

Per chi cammina, è necessario percorrere almeno gli ultimi 100 chilometri di un itinerario riconosciuto, in continuità geografica, utilizzando la credenziale del pellegrino e raccogliendo i timbri richiesti. Sul Cammino Francese il riferimento ufficiale per gli ultimi 100 chilometri è Sarria o Barbadelo.

La distinzione è importante perché gli obiettivi possono essere diversi.

C’è chi vuole completare un pellegrinaggio e ottenere la Compostela.

E c’è chi desidera entrare per qualche giorno nella storia e nella cultura del Cammino, alternando tratti a piedi ad altre visite.

Sono esperienze diverse e vanno presentate come tali.

Il Cammino non dovrebbe diventare una gara di chilometri

Il numero di chilometri è naturalmente importante.

Ma può diventare anche una misura ingannevole.

Quindici chilometri percorsi rapidamente non sono necessariamente più significativi di otto chilometri scelti bene, con il tempo per fermarsi, osservare e capire dove ci si trova.

Vale soprattutto quando il Cammino viene inserito in un viaggio culturale più ampio.

L’obiettivo non è dimostrare una performance sportiva.

È permettere alle persone di percepire la differenza tra raggiungere un luogo e arrivarci camminando.

Un itinerario ibrido ha senso solo se non finge di essere ciò che non è

Alternare trasferimenti e tratti a piedi può quindi essere una buona soluzione.

Permette di conoscere territori diversi, includere visite culturali e, nello stesso tempo, dedicare alcune ore alla dimensione più caratteristica del Cammino.

Ma funziona soltanto se viene progettato con chiarezza.

Non deve cercare di imitare un pellegrinaggio completo.

Deve scegliere bene dove vale la pena rallentare.

È forse questo il principio più interessante.

Non è necessario percorrere centinaia di chilometri per capire che il Cammino di Santiago è diverso da un normale itinerario turistico.

A volte basta percorrerne una parte nel modo giusto.

Perché il vero cambiamento non avviene quando aumentano i chilometri.

Avviene quando, almeno per qualche ora, la strada smette di essere il collegamento tra due luoghi e diventa parte del viaggio stesso.

Dai, parti con noi!

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